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lunedì 9 luglio 2018

History repeating

Anno 1970
Riguardo corsi e circoli di scrittura



«Perlopiù sono gruppetti di scrittori scadenti che si riuniscono e... emerge sempre un leader, che si autopropone, in genere, e leggono la loro roba tra loro e di solito si autoincensano l'un l'altro, e la cosa è più distruttiva che altro, perché la loro roba gli rimbalza addosso quando la spediscono da qualche parte e dicono: “Oh, mio dio, quando l'ho letto l'altra sera al gruppo hanno detto tutti che era un lavoro geniale”.
Puoi ottenere delle critiche costruttive ma accade raramente in quei gruppi. […] Il miglior modo per imparare a scrivere è leggere i bravi scrittori e vivere. Questo è tutto quello che si deve fare. Non serve un gruppo.»

Charles Bukowski



lunedì 20 novembre 2017

Abbiamo l'obbligo

«Abbiamo un obbligo noi scrittori, e soprattutto noi scrittori per bambini. L’obbligo di scrivere cose vere, particolarmente quando creiamo storie di persone che non esistono in luoghi immaginari: per far capire che la verità non è ciò che accade ma ciò che ci dice qualcosa su ciò che siamo. Dopotutto, la narrativa è una bugia per raccontare la verità. E mentre dobbiamo dire ai nostri lettori cose vere, e dare loro armi e armature, e trasmettere quel poco di saggezza che abbiamo guadagnato nella nostra breve esistenza, abbiamo l’obbligo di non fare la predica o la ramanzina, di non spingere giù a forza nella gola dei nostri lettori bocconi premasticati di moralità, come fanno gli uccelli quando danno le larve ai loro piccoli.»

«Abbiamo l’obbligo di usare la lingua. Per metterci alla prova, per scoprire cosa le parole significano e come utilizzarle per comunicare chiaramente. Non dobbiamo provare a congelare il linguaggio, a farne una cosa morta e da riverire. Dobbiamo usarlo come una cosa viva, che scorre, e permettere ai significati di cambiare con il tempo.»

«Ad Albert Einstein fu chiesto una volta come fosse possibile rendere i bambini più intelligenti. La sua risposta fu semplice e geniale: “Se volete che un bambino sia intelligente leggetegli delle favole. Se volete che diventi più intelligente, leggetegli più favole”. Aveva capito il valore della lettura e dell’immaginazione. Spero che potremo dare ai nostri figli un mondo in cui leggeranno, e saranno letti, e immagineranno, e capiranno.» 

Neil Gaiman, 14 ottobre 2013












Aggiungo io: chi vuol diventare uno scrittore professionista, deve avere un'etica professionale. Significa avere rispetto per la scrittura e rispetto per chi legge.
Non esistono giustificazioni alla banalità, alla scarsa cura dello stile, alla mancanza di ricerca. Un professionista non punta alla sufficienza, deve spingersi al di sopra della media, in ogni campo. Anche nei contratti per la ristrutturazione di un bagno si specifica che il lavoro dev'essere eseguito a regola d'arte. A regola d'arte. Arte.





lunedì 19 giugno 2017

Riflessione in parallelo

Tutti i difetti del nostro romanzo-capolavoro nella recensione di una serie tv. 
Giochiamo a sostituire la serie con la carriera di scrittore, l'episodio pilota con il romanzo d'esordio, i minuti con le pagine, gli attori con i personaggi, gli effetti speciali con lo stile, l'investimento in denaro con l'investimento in studio e impegno, e così via.
Poi facciamo del nostro meglio perché non si parli mai in questo modo di ciò che scriviamo.

«Non mi capita spesso di piantare lì un pilot prima della fine.
Voglio dire, che vuoi che siano quaranta minuti a fronte dei quaranta e passa episodi che vedo ogni settimana? Ti vedi il tuo bel pilot, lo recensisci, se t’è molto piaciuto vai avanti, se t’è piaciuto così così vai avanti lo stesso (si sa mai), se ti ha fatto schifo lo molli. Però insomma, il pilot te lo vedi tutto.
Ecco, Olympus, nuova serie epico-mitologica di SyFy, è riuscita dove altre hanno fallito: al minuto 33 ho detto basta.
Intendiamoci, non che SyFy sia una garanzia di qualità, le capita abbastanza spesso di toppare. Allo stesso tempo, però, ha anche le sue cosine carine tipo Z Nation e 12 Monkeys, e non le saremo mai grati abbastanza per Battlestar Galactica.
Ma Olympus no. Olympus non è neanche “brutta”, Olympus è “impresentabile”, che è molto diverso. È la differenza che passa tra cercare di creare un buon prodotto fallendo nel tentativo, e non rendersi conto che TUTTO quello che si sta facendo conduce inesorabilmente al fallimento.
Ho provato vero imbarazzo nel seguire quei 33 minuti. Ho pensato alle persone che lavorano alla serie, le ho immaginate tornare a casa alla sera, di fronte allo sguardo compassionevole del coniuge, e scoppiare a piangere dicendo “cosa ho fatto?”. Ho pensato al fatto che c’è chi ha speso dei soldi per fare questa cosa (comunque pochissimi) pensando davvero che qualcuno potesse dire “be’, bello”.
E ovviamente qualcuno c’è, perché se andate sulla pagina imdb della serie vedrete che un tot di persone hanno messo voti altissimi. Ma uno sguardo più attento ci mostra che sono tutte e solo ragazze sotto i diciotto anni. Cosa che comunque non mi spiego mica tanto bene, e mi inquieta anche un pochino in termini di futuro dell’umanità.
Scusate, non vi ho ancora detto di cosa parla.
In pratica c’è un giovane eroe che si chiama Hero (perché la chiarezza è importante) che all’inizio del pilot combatte contro un ciclope (il cui design, per lo meno su carta, è l’unica cosa dell’episodio che forse si salva). Lo combatte perché deve salvare una tizia, un oracolo, che poi deve riportare indietro per farsi dire delle cose, farsi aiutare con qualcosa, boh, salcazzo.
E mentre tornano indietro vengono aggrediti da due tizi assoldati all”Esselunga (e se non li hanno assoldati lì, per lo meno è lì che hanno preso i vestiti): il nostro eroe ne uccide uno, l’altro scappa e poi si scopre che è il fratello dell’oracolo. Dell’amico morto frega già niente a nessuno.
Nel frattempo vediamo altra gente, ad Atene, che si prepara per battaglie epicissime.
Il problema è che anche questi scampoli di trama sono difficili da assorbire, perché mentre la vicenda si dipana voi siete distratti dal sangue che vi esce dagli occhi.
Gli attori sono cani. Oh, ci sta, può capitare. Cioè, li hai scelti tu, non è certo colpa mia se poi ti devo insultare, ma vabbe’. Il protagonista Tom York è espressivo come un cappotto, sembra un Clark di Smallville molto più incapace, e già Tom Welling non era esattamente da oscar. Magari può pure essere considerato belloccio, ma davvero non ti ci faresti nemmeno servire l’aperitivo, penseresti che non ne è in grado.
E lui è tipo il più bravo.
Tutta la storiella è poco interessante, e si vede chiaramente il tentativo di scrivere uno show che, come altre serie contemporanee, metta insieme spunti presi da ogni dove. Da Once Upon a Time a Game of Thrones, seppur in modi diversissimi, molti telefilm giocano con i generi e con i personaggi, assecondando certe regole e infrangendone altre. Un metodo molto metatestuale che spesso funziona. Qui invece bastano quattro minuti perché della vita e della sorte di Hero non ce ne freghi assolutamente nulla, perché abbiamo la chiara percezione che se lui morisse non cambierebbe niente a nessuno.
Ma fin qui siamo ancora nell’ambito del brutto. Attori cani che recitano dialoghi spompi dentro trame poco interessanti: siamo effettivamente nel regno della bruttezza.
Ma questo è niente. Olympus diventa impresentabile quando le cose epiche vuole farle “vedere”. Siamo in una serie che parla di antichi eroi, dèi poderosi, mostri famelici ed eserciti in tanga. Insomma, sono cose che richiedono un certo livello di effetti speciali, una regia di un certo tipo. Tutt’intorno, nel resto del mondo cine-televisivo, ci sono i draghi di Game of Thrones, c’è 300, c’è pure Ray Palmer che fa Iron Man in Arrow. Insomma, il livello visivo delle serie cresce, bisogna starci dietro.
Da questo punto di vista, Olympus fallisce ogni volta che può.
Ogni.
Volta.
Sembra Hercules del 1995, ma neanche, almeno Hercules andavano a girarlo al parco e così avevano gli esterni. Qui è tutto un green screen evidentissimo, come quando si andava a Gardaland a farsi i video sul tappeto volante: ventimila lire e via, sei Aladino. Facevi anche finta di indicare un punto del suolo, laggiù in basso, quando in realtà indicavi le scarpe dell’addetto alla macchinetta, che alle undici del mattino ne aveva già pieni i coglioni dei bambini che gli indicavano le scarpe facendo finta che fossero casa loro vista dall’alto. Ma comunque era una cosa che facevi vedere a tua zia, non la mandavi in onda in tv. Se la fai vedere a tua zia sei tenero, se la mandi in onda sei imbecille.
Praticamente tutte le inquadrature di Olympus gridano vendetta. Una pochezza di mezzi e di idee che mette francamente a disagio. Una sensazione già non positiva, che viene ulteriormente acuita da alcuni momenti di spudorata copia: ad esempio quei ralenty simil-Spartacus, in cui però lo sfondo continua a essere disegnato coi pastelli a cera.
Ecco, magari se vai dai produttori di sta roba e glielo chiedi, ti dicono pure che sono tutte scelte stilistiche, insomma volute. E tu ridi, ridi, ridi…
Alla fin fine, cercando di recuperare un po’ di compostezza dopo che questi marrani mi hanno strappato 33 minuti di vita, credo che il problema di fondo sia uno: per fare Olympus hanno speso ventisei euro a episodio. No, non è un dato ufficiale, è una mia personale stima. Perché di certo manca la creatività e mancano gli attori e manca tutto, ma è davvero inaccettabile che una rete importante come SyFy si presenti al pubblico con una cosa che sembra un progetto scolastico delle medie girato col cellulare di due generazioni fa.
Eddai su, io sono anche uno a cui non piace infierire, però cazzo, la dignità è una roba importante.» 

Diego Castelli per Serial Minds, 2015

venerdì 14 aprile 2017

Il cartello triste del giorno




Il prezzo della noce di cocco più caffè, invece, è ottimo.

giovedì 6 aprile 2017

Polemica breve

Questa faccenda dei libri che vanno fuori catalogo in pochissimo tempo mi fa impazzire. Se proprio le case editrici non vogliono tenersi copie in magazzino perché rappresentano un costo, e lo capisco, potrebbero almeno rendere i titoli disponibili in ebook che non costa nulla.

martedì 28 marzo 2017

Il ritmo nella scrittura

«Questa frase ha cinque parole. Ecco qui altre cinque parole. Frasi di cinque parole funzionano. Ma molte insieme diventano monotone. Ascoltate bene cosa sta accadendo. La scrittura sta diventando noiosa. Suona come un ronzio meccanico. È come un disco rotto. L'orecchio richiede più varietà.
Ora ascoltate. Cambio la lunghezza della frase e creo musica. Musica. La scrittura canta. Ha un ritmo piacevole, una cadenza, un'armonia. Uso frasi brevi. E uso frasi di media lunghezza. E qualche volta, quando sono sicuro che il lettore è rilassato, lo impegno con una frase di considerevole lunghezza, una frase che brucia energia e si sviluppa con l'impeto di un crescendo, il rullare dei tamburi, il crash dei piatti, sembra che chieda di prestare attenzione perché è una cosa importante.
Quindi scrivete combinando frasi brevi, medie e lunghe. Create una melodia che soddisfi l'orecchio del lettore. Non limitatevi a scrivere parole. Scrivete musica.» 

Gary Provost, autore di 100 ways to improve your writing (100 modi di migliorare la vostra scrittura)

Nota di Simona
Non ho questo libro, non so se esista in italiano, non avevo idea di chi fosse questo Provost finché in rete non sono incappata in questa immagine - l'uso dei diversi colori riprende il messaggio - e ho pensato di condividerla con voi. La traduzione è mia, non è letterale perché è difficile rendere in italiano la prima parte di cinque parole. Se ho sbagliato qualcosa, segnalatemelo pure.

venerdì 17 febbraio 2017

Rapporto scrittore - lettore





"Si scrive soltanto una metà del libro, 
dell'altra metà si deve occupare il lettore."

Joseph Conrad,
Lettera a Robert Bontine Cunninghame Graham, 1897










"La prima cosa necessaria per scrivere con efficacia 
è di non aver alcun riguardo 
per il lettore che non lo merita."

Miguel de Unamuno

mercoledì 8 febbraio 2017

Dice Ray


I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l'abbandonano.”

Ray Bradbury, Fahrenheit 451



venerdì 3 febbraio 2017

Giornalisti e scrittori

Ho terminato la lettura di Vado verso il Capo di Sergio Ramazzotti.

Dal deserto all'oceano passando per la giungla solo con mezzi pubblici e passaggi, Ramazzotti incontra e racconta le storie dei suoi compagni di viaggio da Algeri a Città del Capo. Condivide autobus, cassoni di camion, vagoni di treno, furgoncini, taxi straripanti di merci e umanità con profughi, viaggiatori, commercianti, militari e disperati. Anche se scende lungo la costa ovest, gli arrivano voci da tutto il continente attraverso le persone che gli siedono accanto.
L'Africa è un continuo movimento di confini, nomi di città e intere nazioni che cambiano a seconda del potere di turno, regioni tribali che si separano e tornano a fondersi in mappe da aggiornare usando il sangue come inchiostro. Sotto numeri e linee, però, ci sono persone, interi popoli che li subiscono senza voce per gridare. La serenità non esiste, la certezza nemmeno. C'è invece la pazienza, la pazienza infinita di queste genti che impiegano una settimana a percorrere trecento chilometri per far visita alla famiglia perché le strade fanno schifo e i trasporti non funzionano per i poveri; che aspettano trenta ore la partenza di un autobus per andare a vendere il piccolo tesoro di un pezzo di ricambio per un motore che rutterà altro fumo nero nel bel cielo africano; che rimbalzano tra una frontiera e l'altra fuggendo a piedi da villaggi stritolati dai bulldozer ciechi e impazziti di guerre senza soluzione e speculazioni senza freni.

Mi ha restituito l'Africa di Kapuscinski della quale avevo nostalgia, quel meraviglioso e triste pandemonio di colori, miseria, gentilezza e corruzione. Non immaginate quanto sappia essere poetico un giornalista quando si cala nella poesia polverosa e sudata di questi luoghi, la cronaca diventa personale, il racconto imparziale si circonda di pensieri e sentimenti. È così che un giornalista si trasforma in scrittore.
Mi ero lamentata, tempo fa, di un giornalista che non si era fatto scrittore per raccontarmi una delle tragedie alpinistiche accadute sul K2, Graham Bowley con No way down. In quel caso, l'autore è rimasto freddo e distaccato lasciando anche me fredda e distaccata dopo la lettura.
L'Africa di Ramazzotti, invece, come quella di Kap, è vissuta e narrata dall'interno e dal basso. Non è un articolo di economia o politica scritto da un hotel di lusso lontano dalla gente, ma il resoconto nudo e crudo di chi si mette nei panni degli ultimi, vive in mezzo a loro, dorme schiacciato contro i loro corpi, mangia nei loro piatti, soffre caldo, freddo, fame e sete con loro, si sposta con la stessa fatica, sbatte contro gli stessi muri, subisce le stesse angherie.
Sia Ramazzotti che Kapuscinski, alla fine, provano una sorta di senso di colpa nel lasciare queste persone al loro destino e tornare a casa, colpevoli di avere una casa, acqua corrente, elettricità, lavoro, istruzione, cure mediche. Arrivano a un punto in cui non si accontentano di raccontare perché sono diventati parte della storia. Una volta provata l'essenza di quella vita ai minimi termini e averla odiata e maledetta, ne sentono la nostalgia, non sono più capaci di tornare alla condizione precedente. L'ho provato anch'io, rientrando a casa dopo viaggi – non vacanze – in luoghi remoti che mi hanno mostrato l'essenziale di me e non sono più riuscita a riconoscermi nel superfluo, perfino possedere un armadio mi pareva troppo quando per quattro mesi la mia casa era stata uno zaino. Lo descrive Ramazzotti nelle ultime righe di questo libro quando, giunto al termine del suo lungo tragitto via terra, prende l'aereo che lo riporterà in Italia:

Quando mi allaccio la cintura fuori è buio. Il comandante spegne le luci della cabina e dà un po' di gas ai quattro motori del suo Boeing. Si sente un sibilo lontano: senza fretta, rulliamo verso la testata della pista e ci allineiamo per il decollo. Un istante prima che le ruote si stacchino da terra vorrei poter scendere e andare a prendere l'autobus.”

Il modo in cui Ramazzotti mi ha raccontato questa esperienza è il modo in cui l'ho vissuta leggendo. Per me vale l'equazione: fredda cronaca = fredda impressione del lettore, apprendo nozioni e non provo nessuna emozione né empatia, dimentico; racconto personale = segno caldo nel cuore del lettore, apprendo nozioni e in più mi appassiono.

mercoledì 25 gennaio 2017

Scritti a penna presenta

Immaginate l'ombra del mio profilo come fossi Hitchcock che introduce una delle sue storie da brivido, solo più magra e più allegra, perché oggi vi presento i filmati realizzati per diffondere il piacere della lettura, di ogni genere e in ogni forma.

I messaggi che ascolterete, letti o raccontati in prima persona, sono stati pensati per il mio incontro con gli studenti del liceo Cairoli, ma il contenuto è universale. I libri sono una droga legale, accessibile a tutti e che giova alla salute mentale, i protagonisti di questi video descrivono come hanno cominciato a farne uso e gli effetti di questa sanissima dipendenza sulle loro vite. 
Buona visione.

sabato 21 gennaio 2017

Appendice tempestosa

Sono consapevole di aver osannato il romanzo di Vercel fino alla nausea, scoraggiando eventuali critiche. Michele, infatti, ha commentato in privato, ma lo scambio di mail con lui mi è sembrato così interessante che gli ho chiesto il permesso di pubblicarlo.

mercoledì 18 gennaio 2017

Letture

Oggi mi va di parlarvi di alcuni libri che ho letto, che ho abbandonato e che sto leggendo. Non sono una critica letteraria, non faccio recensioni, vi dico solo come la penso personalmente. Non sono una lettrice veloce, mi immergo nelle pagine con tutta calma, nessuno mi corre dietro. Mi interessano molti argomenti perciò generi e temi variano parecchio, come si vede dalla lista dei miei preferiti.

venerdì 13 gennaio 2017

Chi scrive e chi legge

«Nei tempi antichi i libri sono stati scritti da uomini di lettere e letti dal pubblico. 
Oggi i libri sono scritti dal pubblico e letti da nessuno.»

Oscar Wilde 
1854 - 1900


martedì 3 gennaio 2017

In vino veritas

Dico: «Essere sempre falsi è come essere sempre veri. Basta guardarsi a rovescio.»
Con estrema delicatezza, l'amica mi sfila il bicchiere dalla mano. «Vai a sdraiarti, cara.»



mercoledì 28 dicembre 2016

Raccomandazioni e deduzioni

«Mi raccomandasti un libro orribile di un tuo amico molto caro, dal che deduco una o tutte le tre seguenti cose:
stimi più il tuo amico che me
non hai nessuna idea della letteratura
non hai nessuna idea dell’amicizia perché i vizi degli amici non si vendono; si nascondono.»

(Juan Varo)


mercoledì 14 dicembre 2016

Favori tra scrittori

Perché scriverci un post intorno?




"Se avete giovani amici che aspirano a diventare scrittori, il secondo grande favore che potete far loro è regalare copie di Elementi di Stile. Il primo e più grande, ovviamente, è ucciderli adesso, mentre sono ancora felici."

lunedì 12 dicembre 2016

Ignoranza


«C'è un culto dell'ignoranza negli Stati Uniti, e c'è sempre stato. Lo sforzo anti-intellettuale è stato una tendenza costante che si è insinuata nella nostra politica e vita culturale, alimentata dalla falsa convinzione che democrazia significhi che "la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza".»


lunedì 28 novembre 2016

Domanda apocalittica

Ormai ho bruciato il "calendario editoriale" e scrivo quando mi pare, tipo oggi.

Salvatore Anfuso ha pubblicato un post con l'incipit di un suo eventuale romanzo. Eventuale perché, prima di scrivere oltre, ha voluto valutare l'interesse del pubblico attraverso un sondaggio, sfruttando come campione i lettori del suo blog. 

La sua domanda iniziale era "La leggereste una storia così?", ma rispondendo al mio commento, ne ha posta una più interessante, quella che ho evidenziato in rosso.

mercoledì 9 novembre 2016

Numero due

"Il secondo è il primo dei perdenti"
 - Enzo Ferrari

Sono un'eterna seconda.
All'esame di maturità, che ai miei tempi si valutava in sessantesimi, dalla mia classe sono usciti due 60 poi io con 58 e gli altri dal 44 in giù. Il tabellone dei risultati mi tormenterà per tutta la vita: brava, ma non abbastanza.

sabato 5 novembre 2016

Lincoln

Oltre a Topolino, un acquisto settimanale che per tradizione entra in casa mia è La settimana enigmistica. Staziona in bagno sulla lavatrice, ma viene spesso in viaggio con me per riempire i tempi morti insieme ai libri. 
Qualche volta mi capita di trovare trafiletti interessanti nelle pagine che raccolgono notizie curiose, cose tipo questa:

Una volta, un amico di Abraham Lincoln gli chiese il favore di scrivere qualche riga di presentazione d'un suo libro. Lincoln non si sentì di deluderlo, anche dopo aver letto l'opera e averla giudicata meno che mediocre. E così il presidente, che aveva fatto della sincerità la sua parola d'ordine, salvò capra e cavoli proponendo all'amico il seguente testo: "Tutti coloro che amano questo genere di libri troveranno nel presente volume esattamente il tipo di libro che cercano."